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Suvignano, la tenuta confiscata alle mafie torna al centro della sfida per la legalità

Monteroni D’Arbia (domenica, 4 ottobre 2026) – Da bene riconducibile alla criminalità organizzata a patrimonio restituito alla collettività. La Tenuta di Suvignano ha aperto ancora una volta le sue porte ai cittadini per una giornata dedicata alla legalità, alla memoria e al contrasto alle mafie.

di Alice Grieco

L’ottava edizione di “Suvignano Tenuta Aperta”, promossa dalla Regione Toscana insieme ai Comuni di Monteroni d’Arbia e Murlo, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, magistrati, investigatori, giornalisti e associazioni per discutere soprattutto di presente: come sono cambiate le organizzazioni mafiose e quali strumenti sono oggi necessari per individuarne e contrastarne la presenza nei territori.

A dare un significato particolare all’iniziativa è stato, ancora una volta, il luogo che l’ha ospitata. La tenuta si estende per 638 ettari tra Monteroni d’Arbia e Murlo e, dopo essere stata confiscata perché riconducibile a Cosa nostra, è stata restituita alla collettività attraverso la Regione Toscana. Dal 2019 è gestita dall’Ente Terre Regionali Toscana ed è diventata un’azienda agricola e zootecnica, oltre che un presidio permanente per la diffusione della cultura della legalità.

Ad aprire la giornata sono stati i saluti del presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e dei sindaci di Monteroni d’Arbia e Murlo, Gabriele Berni e Davide Ricci. A seguire il primo confronto, “Coltivare legalità, l’impegno delle associazioni nei territori”, dedicato al lavoro svolto quotidianamente dalle realtà impegnate sul fronte dell’antimafia e alla necessità di rafforzarne la presenza nelle comunità.

Per Giani, Suvignano rappresenta un esempio concreto di come un bene sottratto alle mafie possa tornare a produrre valore economico e sociale. «Suvignano è un investimento a cielo aperto che la Regione porta avanti con continuità, anno dopo anno, mettendo risorse concrete per far vivere queste terre e restituire lavoro e produttività a un bene sottratto alle mafie», ha affermato il presidente.

Una scelta che, secondo Giani, non può limitarsi alla dimensione simbolica o commemorativa. «Otto edizioni di questa festa raccontano un impegno che non si esaurisce in una giornata di memoria, ma si traduce in bilanci, investimenti agricoli e zootecnici, nell’essere un presidio quotidiano del territorio». Il contrasto alla criminalità organizzata, ha sottolineato, passa infatti anche dalla capacità di rendere produttivi e vivi i patrimoni che le sono stati sottratti.

Il momento centrale della giornata è stato il dibattito “Mafie, una sfida ancora aperta: cosa è cambiato, cosa resta da fare”, moderato dalla vicepresidente della Regione Toscana Mia Diop.

Al confronto hanno partecipato il giornalista e scrittore Paolo Borrometi, da anni impegnato nella denuncia delle infiltrazioni mafiose e sottoposto a misure di protezione dopo le minacce ricevute; Paola Caccia, figlia del procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso dalla ’Ndrangheta nel 1983; il procuratore capo di Prato Luca Tescaroli e il prefetto Renato Cortese, direttore centrale delle specialità della Polizia di Stato, protagonista nel corso della sua carriera di importanti operazioni contro la criminalità mafiosa, tra cui quelle che portarono alla cattura di Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca.

Un confronto che ha spostato l’attenzione dalle immagini più tradizionali della criminalità organizzata alle forme attraverso le quali le mafie riescono oggi a penetrare nel tessuto economico e sociale. Non soltanto violenza e controllo militare del territorio, dunque, ma infiltrazioni che richiedono una capacità sempre maggiore di lettura dei fenomeni, prevenzione e intervento.

Diop ha richiamato in particolare la responsabilità delle istituzioni nel costruire percorsi capaci di rendere effettivo il contrasto alla criminalità organizzata. «La legge 109 del 1996 ha aperto una strada che prima sembrava impensabile: restituire alla collettività ciò che le mafie avevano sottratto», ha ricordato.

La Tenuta di Suvignano rappresenta, in questo senso, la concretizzazione di quel principio: un patrimonio un tempo espressione del potere economico criminale trasformato in uno spazio pubblico, produttivo e accessibile. Ma la restituzione dei beni, ha osservato la vicepresidente, è soltanto una parte di un percorso più ampio.

«La cultura della legalità va coltivata ogni giorno nei territori, nelle scuole, insieme alle associazioni che pagano un prezzo personale per continuare a raccontare la verità. Per questo Suvignano resta uno spazio di confronto vero, concreto, incisivo», ha affermato Diop.

Durante il suo intervento la vicepresidente ha rivolto anche un pensiero a Denise Cosco, morta nei giorni scorsi a 35 anni, la stessa età che aveva sua madre Lea Garofalo quando fu uccisa. Denise aveva 19 anni quando scelse di testimoniare contro il padre, contribuendo alla ricostruzione della verità sull’omicidio della madre, vittima della ’Ndrangheta dopo essersi ribellata al sistema criminale nel quale aveva vissuto.

Diop ha richiamato così un aspetto spesso meno visibile della lotta alle mafie: ciò che accade nella vita delle persone dopo la scelta di rompere con un ambiente criminale. «È difficile immaginare cosa significhi ricostruire una vita dopo aver dovuto spezzare legami così profondi, cambiare identità, lasciare alle spalle tutto ciò che si conosceva e portare con sé una storia che, anche quando scegli di liberartene, continua inevitabilmente a far parte di te».

Da qui la necessità, secondo la vicepresidente, di non limitare l’intervento pubblico al momento della denuncia o della testimonianza. «Combattere le organizzazioni criminali non significa soltanto chiedere alle persone il coraggio di scegliere da che parte stare. Significa esserci anche dopo, accompagnarle, proteggerle, costruire intorno a loro una rete capace di rendere quella libertà davvero possibile. Che la terra ti sia lieve, Denise».

Dagli interventi è emersa soprattutto la necessità di aggiornare gli strumenti con cui viene osservato il fenomeno mafioso. La rappresentazione legata esclusivamente alla stagione delle stragi e della violenza rischia infatti di non restituire la complessità delle organizzazioni criminali contemporanee e delle loro modalità di penetrazione nell’economia e nella società.

Accanto al rafforzamento degli strumenti investigativi e delle attività di prevenzione, diventa quindi centrale la capacità dei territori di riconoscere tempestivamente i segnali delle infiltrazioni e di costruire anticorpi sociali, economici e istituzionali.

In questo scenario assume un valore particolare il riutilizzo dei beni confiscati. Restituire alla comunità ciò che è stato accumulato attraverso attività criminali significa trasformare il contrasto alle mafie in qualcosa di concreto e visibile: terreni che tornano a essere coltivati, attività economiche che producono occupazione, spazi che diventano luoghi di incontro, formazione e partecipazione.

Ed è proprio in questa trasformazione che Suvignano continua a trovare la propria identità. Non soltanto luogo della memoria delle vittime e delle stagioni più drammatiche della lotta alla criminalità organizzata, ma laboratorio nel quale interrogarsi sulle mafie di oggi e sugli strumenti necessari per contrastarle.

Un presidio quotidiano nel quale il valore della legalità passa anche attraverso la capacità di far vivere un territorio e di restituirlo pienamente alla comunità.

A chiudere l’ottava edizione di “Suvignano Tenuta Aperta” è stata infine la kermesse “Parole e musica live”, con protagonista Lodo Guenzi, cantante, musicista e volto storico de Lo Stato Sociale, intervistato dalla giornalista Simona Bellocci di Intoscana.it.

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Last modified: Ottobre 4, 2026
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